
Il progetto
Un manifesto di sensibilizzazione sulla fast fashion, realizzato da solo nell’ambito di un corso di progettazione e design della comunicazione durante la laurea magistrale. Il punto di partenza non è «la moda inquina», ma una tensione: i 18-25enni conoscono l’impatto, lo criticano e ne comprano più che mai. I ricercatori chiamano questo scarto il dark gap. Ripetere l’informazione non serve a nulla, il pubblico la conosce già.
Il concept, l’etichetta d’impatto
Trasformo l’oggetto che serve a vendere un capo, l’etichetta, in quello che mette in guardia. Il messaggio: il vero prezzo non è sull’etichetta, giralo. Si scopre che un paio di jeans da 9 € nasconde 7 500 litri d’acqua e, dalla legge del 2026, un malus di 9 €. Il costo ecologico ed economico, quello che il prezzo esposto non mostra.
La direzione artistica, niente verde
Il verde è diventato il codice del greenwashing che il pubblico rifiuta. Ho ripreso il codice visivo dell’attivismo anti-fast-fashion, il nero e il rosso, il rosso riservato al costo nascosto rivelato di colpo. Titoli in Bricolage Grotesque, testo in Inter, l’universo dell’etichetta.
Il rapporto testo-immagine
L’immagine mostra un paio di jeans desiderabile, il testo ne rivela il vero costo. Non è ridondanza, dove il testo ripete l’immagine, ma una rottura voluta che crea lo shock. È questo scarto a provocare la presa di coscienza, là dove una semplice ripetizione non avrebbe avuto effetto.
La diffusione
Affissione nei campus e nei trasporti, dove il pubblico è captivo, con un rilancio nelle storie Instagram la sera. Lo stesso codice visivo si declina dal manifesto stampato alle storie, perché la campagna resti riconoscibile da un supporto all’altro.
Le fonti
ADEME, la legge del 2026 sul malus, Refashion per il bonus durabilità, ESSCA per il dark gap, l’Assemblea nazionale francese. Il target e i dati sono documentati, non intuiti.
